L'ecologia della cicala Roses

Racconto di

Nicolò Mazza de Piccioli


Illustrazione

Marta Cavicchioni



Michele è l’unico della tavolata con cui mi piaccia conversare, a Natale. Sul resto della famiglia preferisco soprassedere, ma di Michele posso dire che, col tempo, si è rivelato un buon ascoltatore.

Ovviamente non è sempre stato così, per i primi due o tre anni mi duole ammettere che lo sopportavo davvero poco per la mancanza di dialogo. Poi ha iniziato a parlare, formulando anche frasi di senso compiuto, ma soprattutto – come dicevo - ha imparato ad ascoltare e poiché a me piace parlare, il nostro rapporto è andato via via migliorando.

Al termine del tradizionale cenone luculliano, suo padre lo ha pregato di mostrare a tutti noi ospiti il bel lavoretto natalizio che ha realizzato a scuola per le feste natalizie.

«Michelino,» disse senza mostrare alcuna vergogna nell’umiliare il figlio con un nomignolo da barzelletta anni ’60 «fallo vedere allo zio». E Michele, orgoglioso, venne da me e mi mise davanti agli occhi un bel cartonato ricco di decorazioni e figure colorate entro i bordi.

«Sembra molto bello», dissi io con poca convinzione. «E che cosa mi rappresenta?»

Michelino ammutolì.

«È sull’ecologia» s’intromise il padre per infondere coraggio al bambino, che infatti mi recitò tutto d’un fiato: «La maestra ce lo ha spiegato e io l’ho fatto».

Riguardai l’opera d’arte: nella parte alta dell’A4 figuravano due nuvole; cadeva della pioggia da entrambe, ma se l’acqua del cumulonembo di sinistra precipitava su un terreno rigoglioso, quello di destra finiva dritta dritta in una bottiglia di plastica - sezionata a metà e incollata al foglio - e moriva lì, ristagnando. (Questa, almeno, era stata l’interpretazione ufficiale, successivamente fornitami dalla madre).


Non mi misi a riflettere ad alta voce sul potenziale uso improprio della colla bianca di probabile fattura cinese, che per arrivare sui banchi della scuola di Michelino avrà percorso migliaia di chilometri, inquinando il pianeta molto più di quanto quel pregevole lavoretto potesse ripulirlo, sensibilizzando amici e parenti.

Dopo la necessaria ultima fetta di panettone, ci spostammo in salotto, attorno all'albero e al caminetto acceso delle grandi occasioni invernali. Qui, mentre i grandi avevano riallacciato i discorsi sciolti a tavola, ebbi modo di complimentarmi con Michele per aver compreso un argomento così complesso come quello che si cela dentro la parola “ecologia”. Mi lanciò uno sguardo obliquo, dal basso verso l’alto, come chi tema un pericolo o si senta scoperto.


«Vuoi sapere cosa penso dell'ecologia?» Non rispose.

Attaccai dicendo che “ecologia” non è una parola affatto semplice come la si vorrebbe far credere. Che come minimo è una parola composta. Direi complessa.

È formata da due parole greche: oikos e logos, che a loro volta si possono tradurre almeno in due modi differenti. La prima è può significare sia casa che ambiente, la seconda è traducibile con parola o studio.

Da qui, ne consegue che si possa interpretare in questi quattro modi:

1 - discorso sulla casa

2 - discorso sull’ambiente

3 - studio della casa

4 - studio dell’ambiente

Senza dubbio, l’ecologia intesa come materia scientifica, si identifica con la definizione numero quattro, ma le declinazioni estese sono molteplici e variegate. Dall’ecologia superficiale di qualcuno a quella profonda che sfocia nell’ecosofia.

Michele mi ascoltava con deferenza e mal celata noia, quindi cambiai registro.


«Ad alcuni, la prima cosa che viene in mente pensando all’ecologia è la pulizia, ad altri il rispetto. Per qualcuno è salute, per te è la plastica, per altri è una grande rottura di coglioni.»

Con quella parolaccia, avevo conquistato contemporaneamente lui e il muto rimprovero di suo padre, che pur concentrato su temi di politica estera e sport invernali con gli altri ospiti, non rinunciava a controllare il mio linguaggio. Sul contenuto mi lascia libero, la censura cade sempre sulla forma.

«Di ecologia linguistica magari parleremo un’altra volta, se ti andrà».

Lui annuì e io ripresi il filo del nostro discorso.

«Con la parola ecologia, a me viene in mente un racconto che mi fece mio nonno, quando ero ancora un bambino. Sì, mio nonno è anche il nonno di tuo papà, ma tuo papà quel giorno non c’era. C'ero solo io. Ricordo che il nonno mi disse che quella stessa storia gli era stata raccontata dal suo di nonno e che probabilmente a sua volta l’aveva ascoltata seduto sulle ginocchia del suo. Una catena che salta di generazione, come una malattia genetica - altra occhiataccia da parte di mio fratello-.

Ricordo anche che mi giurò su qualcosa a lui caro, in ogni caso non avevo motivo di dubitare della sua parola, che fosse vera dalla prima all’ultima sillaba.

E io ora posso giurare a te su qualcosa che mi è caro che ti riporto la storia così per come l’ho sentita la prima volta, a cominciare dal titolo.»


Illustrazione di Marta Cavicchioni per LemmeLemme

L’ECOLOGIA DELLA CICALA

I Roses erano già allora un’antichissima famiglia di Cicadette Montane che trovava nella cura della propria casa motivo di grande orgoglio. Si può proprio dire che la nobile stirpe dei Roses avesse un ammirevole culto per la tana, che doveva essere sempre accogliente e spaziosa.

A differenza di molte altre cicale del vicinato, che si limitavano barbaramente a scavare dei buchi sottoterra per offrire riparo alla progenie, i Roses si dedicavano alla costruzione di un vero e proprio ipogeo, con tanto di colonne decorate e freschi pergolati.

«È tutta questione di lignaggio,» ripetevano con fierezza i Roses agli ospiti ammirati. «Non per vantarci, ma abbiamo discendenze etrusche, noi».

Nuove idee e un know-how secolare di esperienze sul campo, avevano reso quella dei Roses la dinastia di scavatori della terra più avanzata che si ricordasse a memoria di cicala. Insetti curiosi e volatili migranti volavano da tutte le parti del mondo per visitare la loro casa, la quale, generazione dopo generazione, aveva cominciato ad allargarsi e a espandersi sempre più.

Poi, una brutta notte - forse per via del costante afflusso di turisti, forse per qualche calcolo statico sbagliato – franò l’ala est del palazzo dei Roses, proprio quella in cui si trovavano le stanze dei tre figli più giovani.

Impiegarono giorni interi i tre cicalini a scavare via la terra con le loro sottili zampine posteriori. Fu un’esperienza traumatica che li costrinse a farsi crescere le ali prima del tempo e a volare via, sulla cima degli alberi, per diventare bravi adulti responsabili.

«Mai più sottoterra, troppo pericoloso» disse il maggiore dei tre. «Per i miei figli voglio un posto più sicuro» proseguì il mezzano. Anche Ermete, il terzo fratello, concordava con loro, ma per lui la soluzione non stava nel trasferirsi da altre parti in superficie, alla mercé di predatori e disturbatori di ogni specie. No. «Vi ricordate la fiaba dei tre porcellini e il lupo? Ecco, i nostri genitori hanno fatto come il primo porcellino. Noi dobbiamo fare di meglio, dobbiamo costruire una tana che nessun lupo possa abbattere con un soffio». Il fratello piccolo si mise così a studiare architettura, rubando l’ingegno dai roditori, la pianificazione dalle formiche e le competenze antisismiche dai ragni. Quindi, tornò a casa sua e impartì ordini per mettere in sicurezza la fragile tana di famiglia.

Il successo fu tale, che l’ammirazione delle altre cicale si trasformò presto in invidia – almeno così la raccontano i Roses – e tutte loro vollero delle case sicure in cui vivere. Sicure e belle. Cominciò una gara nel mondo delle cicale a chi costruiva la tana migliore. C’era chi scavava sottoterra per dieci piani, chi costruiva in ampiezza e chi decorava la superficie con giardini ornati di piante esotiche. Tanto più le altre cicale miglioravano le loro abitazioni, di più i Roses s’ingegnavano per mantenere il primato. Conquistarono gli spazi già scavati dai conigli e dalle talpe e scacciarono formiche e altri miseri insetti dalle loro terre. Bastava però un inverno più rigido del solito, o un attacco improvviso del Grillo Talpa per ritrovarsi con la tana decimata.

«Non si può andare avanti così,» sbottò Armando Roses, seduto al capotavola della cena di Natale, con tutta la famiglia riunita. «Dobbiamo fare qualcosa». I Roses e le altre famiglie di cicale misero da parte la rivalità e chiamarono a raccolta le migliori menti della loro generazione, perché escogitassero dei modi per tenere al sicuro i propri cari e sistemi di difesa che li proteggessero da incursioni e attacchi degli altri animali. Vennero allora costruiti impianti di irrigazione e persino dei complessi sistemi per riscaldare l’acqua, così da avere stanze sempre riscaldate e dall’Ape Vasaia si fecero insegnare a creare un materiale più resistente per innalzare mura. Inventarono così il cemento e anno dopo anno, le loro belle case divennero sempre più sicure anche di notte e durante le feste grazie alle Lucciole, imprigionate in piccole bocce di vetro colorato.

In tutta la regione si era sparsa la voce di queste innovazioni, e nessun predatore osò più avvicinarsi al loro territorio.

Una nuova era di pace e agiatezze si inaugurò nel mondo delle giovani cicale, al punto che vollero rendere migliore la vita anche degli adulti, già muniti di ali, che vivevano sugli alberi. La Locusta Migratoria e la Cavalletta Verde, i più antichi pericoli aerei, vennero annientate dall’uso di un’arma batteriologica che il pronipote di Ermete Roses aveva creato estraendo il veleno ustionante prodotto dal Coleottero Bombardiere.

Dopo di ciò, anche gli animali che non erano mai entrati in conflitto con i Roses o i loro fratelli iniziarono a temerli e a starsene alla larga. Prive di predatori, le cicale iniziarono a moltiplicarsi e a diffondersi ovunque volessero. Non esistevano più climi troppo rigidi o terreni troppo umidi.

La casa delle cicale conquistò anche il cielo. La casa delle cicale divenne ovunque e i Roses finalmente si sentirono al sicuro, consapevoli che la loro stirpe non avrebbe più sofferto di carestie o di altri mali che avevano minacciato la sopravvivenza dei loro avi. Finalmente, si concedettero di riposare. Rintanati nelle loro calde regge con vista panoramica, chiusero gli occhi e lasciarono che l’estate facesse il suo corso.

Il sole scaldò la terra, arsa, per via della carenza di acqua nei fiumi, prosciugati dagli impianti intensivi di irrigazione. Una foglia secca prese fuoco e bruciò la foglia secca al suo fianco. Poi l’incendio divampò verso il bosco e seminò distruzione nella vegetazione. Poi, salì un forte vento afoso che abbatté i tronchi sopravvissuti alle fiamme, ma ormai privati di radici per far posto alle immense tane delle cicale. Tane di cui non si seppe più nulla.

Fine.


Michele era rimasto a bocca aperta. Sembrava quasi uno sbadiglio, tanto era spalancata, ma ve lo avevo detto, è un ottimo ascoltatore. Lessi nei suoi occhi la domanda: «È tutto vero?»

Forse, nonostante mio nonno me lo avesse giurato e io gli avessi creduto, non è davvero andata in questo modo la storia della famiglia Roses e della cicala montana. Ma a me piace comunque crederlo, perché anche se non ha causato lo sterminio di nessun altro essere vivente e non ha alterato di un millimetro l’equilibrio sociale e alimentare del suo habitat, la Cicadetta Montana è comunque una di quelle innumerevoli specie che oggi è in via d’estinzione.

«Mettiamola così, Michele: ecologia, nel racconto del nonno, significa aver cura della propria casa. E della casa delle cicale. E degli orribili grillo-talpa. E del corso dei fiumi. E delle radici degli alberi...»


Si fece tardi, riuscii ad ottenere il permesso di tornarmene a casa mia, solo dopo avergli promesso che sarei tornato per raccontargli una nuova storia.

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