Consigli di lettura/ Il mio autunno caldo


di

Stefano Calafiore




Sento l’odore inconfondibile di terra.

Vedo i cespugli colorarsi di giallo.

La luce di un giorno si fa diversa filtrando tra un palazzo e l’altro in città.

E’ il tempo del ritorno, l’autunno.

Non considero le stagioni di passaggio.

Non voglio notare dell’autunno il suo inclinare verso il freddo, il buio.

“… Eravamo in autunno, in pieno autunno.

Per strada passeggiavo col mio amore.

Vennero i corvi, con acuti strilli.

Li sento ancora adesso, in pieno autunno.

Rise di tutto ciò che io osavo apprezzare

e mi spezzò in diversi modi il cuore”

Edna St. Vincent Millay


Decido di indossare i colori e i tessuti dell’autunno, di passeggiare nel bosco e per strada.

Proprio come Edna. Di raccogliere una foglia bagnata da terra e fermare tutto nella mia mente.

Di fermare, sì. Di cogliere. Di ricordare.

Per esempio l’attesa di quelle giornate che si facevano più corte durante le quali l’autunno comunicava i suoi mutamenti, il suo carattere e la sua visione dei cicli. Adoravo da bambino quel cambiamento, quella stagione mi stava simpatica. Avevo il mio maglione di lana preferito e non vedevo l’ora di indossarlo. Verde.

Il colore preferito di mia madre.

Amavo gli odori dell’autunno e quel freddo diverso che si faceva sempre più secco.

Tanti i segnali che accompagnavano visioni diverse delle giornate e, per quanto riuscissi, volevo fissarli legandoli a gesti, canzoni, libri. Da quel momento, non appena il vento con quel suo inconfondibile odore di terra morbida mi coglieva all’improvviso, fermavo il tempo.

Quando facevo la strada per andare a scuola, la prendevo larga passando dal giardino solo per rallentare il passo sull’infinita distesa di foglie che insieme formavano tutte le tonalità possibili del marrone e del giallo. Forse anche quelle impossibili.

Quante ne ho raccolte e quante ne ho conservate nei quaderni!

Nei pomeriggi che trascorrevo dai nonni le tiravo fuori, le esponevo sul tavolo della sala poi arrivava mio nonno che le catalogava per dimensione e forma: io estasiato, lo facevo esperto ormai di foliage e diplomato in Autunno.

Le mie associazioni forti: nonno-legna-foglie-autunno.

Ricordi, già. Memorie e racconti con cui nonno Piero occupava i miei pomeriggi: il suo papà commerciava legnami nell’Oltrepò pavese e mi raccontava delle sue alzate mattutine. Dall’alba al tramonto trascorreva il suo tempo nei boschi e rientrava a casa impartendo lezioni al mio allora nonno-bambino su, per esempio, quanto fosse importante la presenza di legno morto a terra per il ringiovanimento del bosco. E su quanto fosse fondamentale il rispetto di quella natura.

Ogni luogo ha il proprio autunno.

Se dovessi scegliere il “mio” chiudendo gli occhi e cercando col respiro di sentire il ricordo, andrei con la memoria proprio a Pieve Porto Morone durante le mie domeniche da ragazzino trascorse a casa dei nonni.

Camino acceso, intenso odore terra, nebbia, silenzio.

Ci avrei messo (ma questo solo dopo averla scoperta) anche l’ascolto di Mrs Robinson di Simon&Garfunkel.

Magari sarebbe piaciuta anche a loro.

“Una cosa mi pare strana e incomprensibile…: come un albero si innalzi verso il cielo e come i venti, senza rumore, posino in una valle; come le foglie gialle della betulla cadano dai rami e come gli stormi di uccelli trovino la strada nel cielo azzurro. Quell’eterno mistero ci stringe il cuore in modo così umiliante e dolce al tempo stesso che deponiamo ogni superbia, quella superbia con cui di solito si parla dell’inesplicabile, ma, ben lungi dal soccombere, accogliamo grati ogni cosa e, con modestia e orgoglio, ci sentiamo ospiti dell’universo.”

Finché, appunto, non mi travolse la natura delle cose descritta da Hermann Hesse.

E allora anche il mio autunno divenne più Autunno trasformandosi consapevolmente da semplice ricordo a maturo pensiero.



“Ogni fiore vuol diventare frutto, ogni mattino sera, di eterno sulla terra non vi è che il mutamento, che il transitorio.

Anche l’estate più bella vuole sentire l’autunno e la sfioritura. Foglia, fermati paziente, quando il vento ti vuole rapire.

Fai la tua parte e non difenderti, lascia che avvenga in silenzio. Lascia che il vento che ti spezza ti sospinga verso casa.”


Hesse è stato il mio dolce accompagnatore di stagione che stava spesso infilato nella tasca della giacca.

Poesie per lo più.

E dall’odore delle foglie, la pagina ingiallita di un altro libro “autunnale” ha occupato gran parte del mio tempo: Narratori di pianure di Gianni Celati.

Un libro di svolta.

Anche per Celati stesso.

Straordinario: ecco, leggendo e rileggendo poi racconti sparsi di quel libro, per un neanche così strano gioco di associazione, venivo catapultato all’autunno.

Il suo raccontare mi colpì. Mi riportava a quella capacità naturale dei narratori orali degli anziani di campagna il cui raccontarsi equivaleva al cerimoniale del mettersi in posa davanti al fotografo.

Così mi immaginavo quel modo di dire “io sono” o “io sono stato”.

Come per mio nonno esisteva il culto del “memorabile” anche nei racconti di Celati ci si immergeva nel pieno istinto narrativo.


Il mio autunno caldo si è fatto dunque di memorie e di memorie continuerà a farsi.

La sopravvivenza passa anche da questa naturale necessità nella speranza che resista il gusto semplice del narrare.




Sul comodino questa stagione

Poesie – Edna St. Vincent Millay - Crocetti Editore

Camminare – Hermann Hesse - Piano B

Le stagioni – Hermann Hesse - Ed.Guanda

Pellegrinaggio d’autunno – Hermann Hesse - SugarCo

Il canto degli alberi – Hermann Hesse - Ed.Guanda

Narratori delle pianure – Gianni Celati - Feltrinelli

Verso la foce – Gianni Celati - Feltrinelli

Quattro novelle sulle apparenze – Gianni Celati - Feltrinelli

Autunno – Alessandro Vanoli - Il Mulino

Foliage – Duccio Demetrio - Raffaello Cortina














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