Le agguerrite olimpiadi di Minima e Pomino

Racconto di

Nicolò Mazza de' Piccioli


Illustrazione

Marta Cavicchioni


La connessione è quello che è, ce la faremo bastare.

Per Pasqua ci dobbiamo essere collegati tutti quanti in massa ai nostri dispositivi per poterci scambiare gli auguri di buone feste, seppur reclusi nelle rispettive distanze.

Vedo i quattro piccoli schermini che la App del mio telefono riesce a supportare e sento le voci dell’intero parentado connesso. La confusione non è dovuta alla scarsezza della banda, ma alla sovrapposizione sconclusionata delle ciarle: domandano tutti insieme - attimo di silenzio - rispondono tutti insieme.

Dopo tutto, non sembra tanto diverso dai tempi in cui questi rendez-vous festivi avvenivano di persona.


La nostra conversazione apre con l’enunciazione del numero di contagiati conosciuti personalmente. Ce li scambiamo come figurine virtuali.

Poi arriva la spiegazione di quale mascherina sia più o meno efficace e ci si confronta su quale curva sia da ritenersi più scientificamente utile per comprendere l’andamento epidemiologico della situazione: c’è chi propende per quella a cinque giorni, chi per quella dei positivi asintomatici e chi suggerisce di seguire la stima di portatori sani di virus che vanno di casa in casa a ungere d’unguento i portoni dei vicini.


“Epidemiologico” è una di quelle parole che non avevo mai sentito pronunciare dai miei parenti, e forse neppure io ho mai avuto occasione di usare. Nessuno di noi collegati in questo momento in videochiamata è medico, anche se a sentir snocciolare plateau e erreconzero verrebbe da pensare il contrario.


Illustrazione di Marta Cavicchioni per LemmeLemme


Il calo di vivacità della conversazione arriva solo dopo aver esaurito la condivisione delle rispettive teorie scientifiche, perché di quelle politiche nessuno si azzarda più a parlare, preferendo lasciare l’argomento a medium più indicati, come i post indignati di Facebook e i link di WhatsApp. E senza granpremi e campionati con cui riempire i silenzi le chiacchiere si arenano ben presto in frasi sospirate e permeate talvolta di un presunto sapore consolatorio:

«Dobbiamo esser forti, questa è una guerra».

«Se non fosse per quei medici in prima linea…»

«Dobbiamo rimanere in trincea, ce la faremo».


Vorrei intromettermi per domandare chi di loro abbia visto con i propri occhi una vera guerra, ma conosco già la risposta e non amo la retorica.

Approfitto di un momento di muto imbarazzo e domando se posso parlare con mio nipote.

"Sì certo", mi rispondono i genitori, ma poi si limitano a inquadrare il figlio, spiattellandone il primo piano sui device di tutti i parenti, senza preavviso.

Segue altro imbarazzo e risposte monosillabiche ai convenevoli rituali.

Mentre osservo Michele ammutolire piano piano di fronte alla sfilza di domande penso che l’unica consolazione dei bambini in età scolare, in questo periodo di quarantena, sia non essere più costretti a rispondere alla fatidica domanda:

"cosa hai mangiato oggi a scuola?"

Avevo chiesto di poter parlare con mio nipote, non di costringerlo a intrattenere zii e prozii, quindi mi tiro fuori dalla chiamata con una scusa qualsiasi e come ultima cosa gli chiedo di richiamarmi quando è tranquillo.

Michele mi richiama dopo pranzo. Ha aperto il suo grande uovo di cioccolato al latte e ci tiene a mostrarmi la felice sorpresa che vi ha trovato dentro: un gran bel soldatino armato di fucile e piedi di piombo.

«Ti piace, zio?»

«Sì, molto».

«È un medico»

«No, Michi, è un soldato».

«È lo stesso».

«Non proprio».

«Sono eroi tutti e due».

«Dove le hai sentite queste cose?»

Resta zitto per un po’. Le avrà sentite un po’ ovunque. Poi mi chiede di raccontargli una storia. So che non ci tiene davvero, lo dice solo perché a sua volta lui sa che a me fa piacere che me lo chieda. Ad ogni modo, non mi faccio sfuggire l’occasione e lo attacco in quarta.


LA STORIA DELL'AGGUERRITA OLIMPIADE DI MINIMA E POMINO


C’era una volta una terra assai fertile, che gli abitanti del luogo avevano imparato a far fruttare di ogni bene. Non mancavano mai di frutta e verdura; ortaggi e legumi erano gli ingredienti principali di ogni loro pasto. C’era anche un bosco abbastanza grande da ospitare more, bacche e funghi a profusione.

Nel mezzo scorreva un piccolo fiume che dava da pescare per tutti. Al di qua e al di là dei confini del bosco si erano sviluppati i due più piccoli villaggi della Contea, quello dei Manni e quello dei Rapìdi.


Raramente nella storia dell’uomo, gli abitanti di terre confinanti sono mai andati d’accordo come questi due piccoli popoli. Non solo condividevano senza egoismi i frutti del bosco comune, ma al bisogno mettevano a disposizione i prodotti delle loro terre gli uni con gli altri.

Se un fulmine provocava un incendio nei magazzini dei Manni, ad esempio, i Rapìdi si affrettavano a portare il loro sostegno. Allo stesso modo, se una pioggia violenta si abbatteva sulle terre coltivate dei Rapìdi i Manni non si facevano scrupoli a condividere il loro surplus alimentare con gli amici vicini. Era gente semplice, nel primo senso della parola. Prendeva le cose per ciò che era erano, senza sofismi o decorati elzeviri. Quelle di giornalisti e avvocati, puoi ben capire, non erano professioni granché diffuse.

Per questo nessuno di loro si stupì dell’amicizia tra Pomino e Minima, che sbocciò sulle rive del fiume, durante la primaverile spedizione per la raccolta delle primule. La prima a cui fu loro permesso di partecipare.

Minima aveva undici anni, proprio come Pomino. Si erano notati mentre saltellavano impavidi sulle pietre levigate delle due sponde opposte, e si erano stupiti l’uno dell’agilità dell’altro. Se ne stupirono perché nei rispettivi villaggi nessun coetaneo era in grado di tenere loro testa né nella corsa, né nelle gare di equilibrio e neppure in quelle di salto in alto e in lungo.

Gli adulti dei due villaggi ripetevano entusiastici: “alle prossime Olimpiadi saranno loro a rappresentarci e faremo un figurone!”

Sì, caro Michele, perché forse non sai che nella Contea di cui facevano parte quei due villaggi pacifici e armoniosi, ogni quattro anni venivano organizzate delle gare sportive fra i migliori giovani atleti loro terre. Non vi partecipavano dunque solo i Manni e i Rapìdi, ma anche tante altre tribù più grandi e popolose, che infatti primeggiavano quasi sempre.

Ma a Manni e Rapìdi non importava granché vincere, le olimpiadi erano occasione di festa e divertimento, proprio come al tempo dei Greci che le inventarono: opportunità di sport e di pace.

Per questo gli adulti dei due villaggi confinanti erano felici del rapporto che si era creato tra le loro più grandi speranze sportive e così decisero di comune accordo di farli esercitare insieme, in modo che potessero migliorarsi a vicenda per arrivare preparati ai successivi giochi, che si sarebbero tenuti da lì a tre anni.

Ben presto, fu allestito un campo d’allenamento in cui Minima e Pomino potessero migliorare tempi e prestazioni.

E tanto più saltava in alto lei, tanto più saltava l’amico. Più rapido correva lui, più accelerava lei. Come è naturale, cresceva veloce anche la loro amicizia.

Vedi, Michele, a me piacerebbe che le storie che ti racconto continuassero sempre così, senza problemi o ingiustizie; racconti mitici di pace e felicità senza inghippi. Ma da qualche parte c’è sempre un ma. Non so perché, è così e basta.

E il ma di questa storia è una piccola parolina che venne pronunciata quasi senza pensarci da un innocuo adulto qualsiasi. Tanto è vero che nessuno dei Manni e dei Rapìdi se ne rese nemmeno conto.

D’altra parte come avrebbero potuto? Le parole sono solo suoni, all’apparenza.

Il ma di questa storia, ti dicevo, lo pronunciò un tipo anonimo, con una voce non troppo anziana, non troppo giovane, ma profonda quanto la sua risata che ne seguì.

Disse, rivolto agli abitanti della sponda opposta del fiume: “Alle prossime olimpiadi sarà una vera battaglia!”.

Già, disse proprio così: una vera battaglia. E tutti risero, perché nessuno aveva mai usato una metafora bellica per indicare un evento sportivo.

Beh, "ma è solo un modo di dire", dirai tu. Lo penso pure io.

E infatti lo pensarono anche i Manni e i Rapìdi, quella sera, dopo essere tornati nelle proprie case.

“Sarà una vera battaglia!” ripeterono divertiti prima di addormentarsi. Chiunque fosse stato a pronunciare quella frase doveva proprio essere una persona originale. E Simpatica, perché no. In fin dei conti, colorare un po’ il linguaggio non poteva che rendere i loro divertimenti ancora più festosi.


Il giorno dopo, ripresero gli allenamenti. Come sempre Minima e Pomino correvano e saltavano e lanciavano la palla più lontano che potevano, mentre dagli spalti arrivavano le solite urla di giubilo e sostegno. Questa volta però non erano rivolte a entrambi gli atleti: i Manni sostenevano il loro pupillo, e i Rapìdi la loro beniamina.

«Vai così, Pomino! Combatti!» gridavano i Manni.

«Attacca, Minima, affonda il colpo!» rispondevano i Rapìdi.

All’inizio parve loro divertente tutto quell’aizzare gli animi. Era ben chiaro a tutti quanti che si trattava di un semplice gioco. Un inedito virtuosismo.


Arrivò poi l’autunno a cui seguì l’inverno. Con il buio, il freddo e la pioggia gli abitanti dei due villaggi si richiusero nelle case e sospesero gli allenamenti.

Come i semi degli alberi, anche le parole rimasero a riposare sotto terra e germogliarono la primavera successiva, quando si riattivarono i preparativi per le olimpiadi.

Pomino fu felice di riabbracciare Minima. Anche il loro affetto stava sbocciando una seconda volta. Durante l’inverno erano cresciuti, le gambe correvano di più e le braccia sollevavano pesi maggiori. I loro risultati progredirono, i record furono abbattuti e non ci volle molto perché dagli spalti iniziassero a volare parole più grosse.

Gli sport praticati da quei pacifici popoli, che erano nati nell’antichità per sublimare le mitiche gesta guerresche, si stavano ora trasformando in allegorie di nuovi scontri. Il villaggio a oriente del bosco iniziò a parlare di quello occidentale come di un nemico. E viceversa.

La competizione divenne rivalità, la rivalità violenza. I primi a pagarne le conseguenze furono Pomino e Minima, ai quali fu vietato di continuare a frequentarsi al di fuori degli allenamenti. Poi sopraggiunse un nuovo inverno e sulla terra dei Manni si abbatté un terribile uragano che squarciò tetti e rovinò raccolti. Per orgoglio si rifiutarono di chiedere aiuto a vicini Rapìdi, che a ogni modo, avrebbero rifiutato qualunque sostegno.

Tornato aprile, gli uni accusarono gli altri di sabotare le rispettive esercitazioni, quindi persino il campo d’allenamento comune venne abbandonato e ogni villaggio costruì il proprio.

A Pomino e Minima vennero assegnati degli allenatori, i quali ben presto iniziarono a sentirsi valorosi generali e cominciarono a ideare tattiche e strategie mutuate da antichi libri di cavalleria. I sarti del paese filarono coccarde e gagliardetti, coprendo i nobili colori della contea con quelli della propria fazione.

Il vento di un altro inverno portò i germi di una nuova carestia che colpì le spoglie terre dei Rapìdi. Per i Manni fu l’occasione di restituire la pariglia agli odiati vicini.

Ma il tempo passa comunque e arrivò il tempo delle olimpiadi.

I due manipoli raggiunsero contemporaneamente il grande stadio olimpico al centro della Contea. Si sentirono pronti e carichi.

«Non puoi perdere, Pomino, ne va dell’onore della nostra casata».

«Devi vincere a ogni costo, Minima. In amore e in guerra tutto è permesso».

Per la prima volta nella loro vita, alcuni tra i più giovani abitanti dei due villaggi videro i detestati rivali. Nemmeno sapevano perché nei loro cuori covasse tanto odio, tantomeno perché fosse reciproco, ma immaginavano che l’inimicizia facesse ormai parte del loro DNA da chissà quante generazioni. Inoltre, nessuno aveva dimenticato i mancati aiuti, negati proprio nel momento di più bisogno degli inverni precedenti.

Dagli spalti, le tifoserie gridavano forte e ancora più forte, per coprire le voci nemiche. Sulle spalle di Pomino e Minima era riposta una responsabilità quasi divina: sembrava proprio che dal loro risultato sarebbe dipese le sorti di un intero popolo.


Infine un colpo di pistola sparato in aria segnò l’avvio della prima gara.

Pomino, a cui le cui lunghe falcate garantivano un vantaggio significativo, scattò avanti a tutti. Percorse il primo giro di pista alla guida del gruppo. La fetta di tribuna riservata ai Manni andò in visibilio. Dalle loro sacche spuntarono dei piccoli tamburi che iniziarono a risuonare ovunque, dettando il ritmo del loro paladino. Questa cosa prese alla sprovvista le delegazioni degli altri villaggi che non avevano mai visto l’uso di grancasse in uno stadio e sule prime trovarono la cosa divertente.

Minima aveva dalla sua polmoni potenti, così le ci vollero altri tre giri primi di colmare il distacco col suo vecchio amico, ma dopo che riuscì a raggiungerlo lo superò e distanziò.

Fu allora che i Rapìdi sfoderarono le loro trombe e diedero fiato alla carica.

Lei avrebbe vinto la battaglia, si convinsero i suoi sostenitori. Lui si sarebbe rifatto nelle gare successive, e avrebbe vinto la guerra, che era l’unica cosa che contava, rispondevano i rivali. "Avremo il vostro scalpo!" Gridavano gli uni agli altri, da una parte all’altra delle tribune.

Gli spettatori neutrali, a quel punto iniziarono a domandarsi il perché di quelle parole. Non avevano mai sentito nemmeno loro una simile confusione tra qualcosa di sano e divertente come lo sport e qualcosa di triste e deplorevole come la guerra.

Ma ormai quella piccola, innocua parolina seminata alcuni anni addietro era sbocciata in un vocabolario distorto di metafore belliche e guerreggianti. Un vocabolo inquinato che si dipanò di strada in strada, di bocca in bocca, come un virus in grado di piegare la realtà a propria immagine.

La prima gara si concluse come sempre con la vittoria del grande favorito, Minosse, rappresentante della capitale della Contea. Che non avesse vinto l’acerrimo nemico fu sufficiente per Manni e Rapìdi per festeggiare. Petardi rimbombarono come cannoni e le fiaccole volarono da una tribuna all’altra. Forse quel fumo e quelle torce volanti furono scambiati per un affronto o una pericolosa minaccia, perché valsero come dichiarazione di guerra. I più grossi Rapìdi sguainarono spranghe, coltelli e quante altre armi riuscirono a improvvisare con quello che trovavano lungo la strada. I più violenti dei Manni fecero lo stesso, fino all’inevitabile scontro, sotto gli occhi inebetiti di tutti gli altri abitanti della Contea che si domandarono cosa mai avesse potuto scatenare una simile faida.

Adesso, Michele, se mi vuoi chiedere chi vinse o come finì l’epica battaglia, non te lo saprei dire. Nessuno lo sa, perché – a quel che dicono – lo scontro prosegue senza sosta da allora. Quando il linguaggio si corrompe, è una delle cose più difficili da risistemare.


«In realtà, zio, io ti volevo chiedere che fine hanno fatto Pomino e Minima»

«Oh, giusto! Loro non si sono certo lasciati coinvolgere. Dopo il traguardo si sono presi per mano, sono usciti dallo stadio prima che cominciasse il delirio e sono corsi via lontano lontano, promettendosi che non si sarebbe fermati finché non avessero trovato un posto in cui almeno i bambini sapessero usare le parole pulite. Tu vorresti che Minima e Pomino possano riposarsi un po’?».

«Certamente!»

«Bene, allora riproviamo: che cosa hai trovato nell’uovo di Pasqua?»



Se vi siete persi il precedente capitolo invernale di Michele e dei racconti di suo zio, lo potete trovare QUI















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