La storia del maggiore col binocolo


Racconto di

Nicolò Mazza de' Piccioli


Illustrazione

Marta Cavicchioni



"Tienimi la mano. O la mia o quella di mamma, in ogni caso non ti allontanare!"

E Michele non si allontana. Come potrebbe? ci sono sette paia d’occhi parentali che lo monitorano costantemente.

D’altronde, non capita tutti i giorni una scampagnata fuori porta con tutta la famiglia.

Una volta, forse; ora ha tutto il sapore della libertà dopo la clausura. Camminiamo accaldati, perché nel ritrovarci tutti insieme per partecipare a una piccola avventura extraurbana abbiamo sprigionato tanto affetto da produrre calore. O forse è solo il calore vero e proprio di queste giornate estive che si riflette sull'asfalto nero e sciolto..


Ho usato la parola canicola e Michele si è messo a ridere, come fosse una battuta che non ha capito o una parolaccia nuova. Mi preparo a illuminare mio nipote sull’origine semantica del sostantivo in questione, ma il padre mi prega con uno sguardo di desistere.

È un peccato; a chi non piacerebbe parlare della costellazione del cane? D’altra parte sono certo che lui se l’aspetti dallo zio che attacchi con una nuova storia delle sue.

Lo vedo: è lì che cammina al passo degli adulti facendo finta di niente, ma se l’aspetta. Accolgo la supplica del fratello e lascio perdere, passo oltre, anche perché l’insegna rossa con la grande M è sopra di noi. Siamo arrivati alla prima tappa del viaggio.

Ripide scale mobili ci trascinano giù. Sempre più giù, nelle profondità della terra.

I cellulari che ci sono serviti per oltrepassare i tornelli senza utilizzare il biglietto cartaceo, con gran risparmio di carta e inchiostro per cui Terra e posteri ci saranno riconoscenti, qui non funzionano più. È quella stessa Terra, che ci fa da scudo, a tenerci riparati dalle connessioni.

In banchina siamo tutti costretti ad attendere in piedi, tranne una giovane coppia che probabilmente è lì ad attendere già dalla corsa precedente.


La vicinanza con nucleo terrestre crea forse un’alterazione nella percezione del tempo. Come nei sogni di Inception, i 10 minuti d’attesa annunciati dal pannello informativo corrispondono a ore intere in superficie. Senza poter ricaricare la pagina social o verificare il gradimento personale, alcuni dei passeggeri mostrano i primi segni di cedimento psicofisico. Ansia, apnea e claustrofobia. C’è chi cammina avanti e indietro, chi comunque spera nel miracolo e verifica l’assenza di segnale ogni tre metri. Mio fratello cammina.

Paradossalmente, la vicinanza con il nucleo terreste crea anche un’alterazione della temperatura. Ma anziché provare caldo maggiore, fa freddo. Un freddo artificiale che in effetti potresti anche trovare all’inferno per quanto è fastidioso.

La mamma infila a Michele il giacchetto di tela tecnico che teneva in borsa proprio un attimo prima che la coppietta si alzi, lasciando libere le uniche due sedie della banchina. Sono scomode, lo sanno tutti, ma la brama di sedersi è in tutti noi e io mi gioco la carta del nipotino stanco e riesco ad accaparrarmele. A questo punto ho solo un modo per potermi tenere stretto lo scranno: intrattenere una conversazione con Michele. La lista dei pretendenti al trono è lunghissima, a partire dalla madre che potrebbe rivendicare il legittimo diritto dinastico, fino ad arrivare al passeggero con maggiore anzianità.

Per fortuna chiacchierare con mio nipote non è un problema, perché lo so bene che non aspetta altro che ascoltare una delle mie storie, quindi attacco subito senza aspettare che sia lui, timido, a chiedermelo.

IL MAGGIORE COL BINOCOLO


«Te l’ho mai raccontata quella del maggiore Jack e del sergente John?»

Mi domanda se sono due insetti. Rispondo di no.

«Sono gnomi?»

«No».

«Bambini?»

«Ma no!»

E allora cosa sono? mi chiede.

«Sono persone, ma lasciami raccontare e annuisci spesso, soprattutto se la gente si avvicina bramosa di rubarci il posto».


Inizio a raccontare del maggior Jack e del sergente John che – come sa chi conosce la storia – erano due grandi amici. Quasi fratelli. Avevano fatto le scuole assieme ed erano entrati nell’accademia militare lo stesso giorno. Quello che faceva uno, faceva anche l’altro, con l’unica differenza che uno era diventato maggiore e l’altro sergente. Nonostante i gradi differenti, avevano ottenuto che il loro compito fosse lo stesso e poiché il Paese per cui prestavano servizio e sulla cui bandiera avevano giurato fedeltà era pacifico, non dovevano far altro che controllare che nessuno si avvicinasse ai confini con bellicosi intenti.

«Cosa significa?»

«Significa che non dovevano fare proprio un bel niente. Sedevano su due comode sdraio, molto più comode di queste su cui sediamo, e con un binocolo controllavano il paesaggio di cui si godeva dall’altura in cui stavano di guardia».

«Non mi sembra difficile».


Mai detto il contrario. Mi schiarisco la voce per proseguire con la storia, ma un segnale acustico ci interrompe per permetterci di ascoltare l’avviso che il treno è in arrivo. Sono già passati dieci minuti, possiamo alzarci.

Chi prova a mantenere un minimo di distanziamento dal prossimo è destinato a rimanere indietro. I più arditi si accalcano per raggiungere i sedili occupabili. Riusciamo a entrare anche noi e il vagone della metropolitana fa appena in tempo a riprendere la corsa che ci rendiamo conto che il freddo della banchina non era niente in confronto a questo. È qui dentro che davvero il clima si fa siberiano (almeno quando in Siberia non facevano 38°).

Il kit di pronto intervento della mamma è munito di una felpa grigia che forse Michele, seienne con personalità formata, non vorrebbe indossare per principio.

Io lo invidio, perché non ho nulla per proteggermi dal freddo sotterraneo di una giornata estiva.

«E poi?»

«E poi niente, Jack e John si svegliavano tutte le mattine per andare a occupare la postazione loro assegnata e verificavano che nessuno dei popoli vicini si fosse svegliato con l’impulso di voler ridefinire i loro confini in comune. Binocolo alla mano, osservavano le beghe quotidiane tra i popoli adiacenti. Scaramucce degli uni a cui facevano seguito le contro-scaramucce degli altri. Si diceva che i castelli dei due popoli in lotta contenessero beni preziosi, opere d’arte di pregevolissima fattura e statue di venerati eroi del passato. Forse era per questo che lottavano di continuo, o forse no, ma ogni giorno uguale era al precedente e al successivo. Piccoli attacchi e piccole beghe che non portavano a nulla. Finché, un mattino, Jack non notò una strana cosa nera. Una specie di torre.

Pulì la lente e controllò di nuovo: non era sporcizia e nemmeno una farfalla che si era posata sulla punta del binocolo. Chiese al suo amico John di dare un occhio anche lui e l’amico confermò che si trattava di qualcosa di molto strano.

Sembrerebbe un… Dobbiamo scendere»


"Su svelti, andiamo, questa è la nostra fermata!"

Risaliamo in superficie a rivedere il sole e altre temperature. Uno sbalzo termico da test che potrebbero effettuare al Cern di Ginevra per osservare come reagiscono i bosoni sotto stress. Via la felpa e ogni altro oggetto non essenziale. Per poter godere di una sana giornata nella natura, noi gente di città dobbiamo pagare un prezzo ecoinsostenibile, ma l’alternativa sarebbe stata l’uso della macchina, da parcheggiare oltretutto a distanza chilometrica.

Ed eccolo lì, il nostro polmone verde: alberi verdi e prati gialli di erba bruciata. Profuma ancora. Gli ultimi profumi estivi. Questa, mio caro nipotino, è quella cosa che chiamano natura.

Il caldo rende l'ombra delle fronde ancora più fresca, come in un bilanciamento graduale e automatico.

Per Michele significa due cose. Uno: si può sporcare i vestiti. Due: può scorrazzare libero senza dover tenere la mano a qualcuno per evitare di essere investito.

Quello che ancora non sa, ma che scoprirà ben presto, è che natura significa anche puzze a lui sconosciute. Quando costeggiamo la vecchia fattoria dove convivono pecore, oche e lo stagnetto di due maialini, non può fare a meno di notarlo.

Uno dei miei cugini, vorrebbe fare una pausa al piccolo punto ristoro della fattoria, per assaggiare il formaggio autoctono, ma la maggioranza vota per proseguire verso aree meno popolose. C’è da camminare.

Il tempo è tornato a scorrere lento, senza i pannelli elettronici che ci aggiornano puntuali su ogni cambiamento. Anche l’impulso a estrarre il cellulare per controllare se è arrivata qualche notifica muta si è acquietato.


Adesso è Michele che cerca la mia mano per faticare meno nella passeggiata e mi prega di proseguire con la storia.

«Quale storia?» gli domando.

«Quella tua! Dei due soldati!»

«Ah, già. Dimenticavo.E che vuoi sapere?»

«A che serviva quella specie di torre»

«Ah, la torre, certo. Altro non era che una terribile arma di distruzione. Conosci la storia del cavallo di Troia? Ecco, una cosa simile, ma a forma di Tour Eiffel.

Una mattina presto centinaia di soldati scesero dalle impalcature di legno e si abbatterono oltre le mura nemiche. Erano armati di tutto punto e, benché così distanti, Jack e John avrebbero potuto vedere nel loro cannocchiale il furore di cui erano iniettati gli occhi di quei guerrieri»

Mio fratello mi richiama nuovamente all’ordine: non sta bene parlare di violenza e cattiveria di fronte al bambino, ma la storia – ascoltata con orecchi fintamente distratti – aveva catturato l’interesse di tutti e così, raggiunta la piana solitaria, stendiamo il grande telo rosso da picnic e ci accomodiamo in cerchio per vivere la nostra grande avventura nella natura con i succhi e i tramezzini pronti preferiti.

«E quindi?» Domanda qualcuno facendosi portavoce della famiglia «Cosa successe?»

«Successe che al tramonto del sole, non si sentivano già più grida. Il maggiore Jack e il sergente John avevano monitorato ogni istante e adesso potevano vedere il castello espugnato che veniva privato di ogni bene. I mitici quadri rinascimentali erano rubati, le sete pregiate, persino bruciate. Lingotti d’oro e argenteria saccheggiati. I due soldati non potevano credere che tante cose belle potessero essere trattate in quel mondo, senza il minimo rispetto per gli artisti e gli artigiani che, magari secoli prima, avevano dedicato il loro tempo e il loro talento per regalare la mondo tanta bellezza.

"Siamo proprio fortunati noi due" disse il sergente al maggiore "che viviamo in uno Stato pacifico e siamo al riparo da questa violenza. Le nostre belle statue equestri sono ancora a cavallo e i nostri arazzi decorati raccontano ancora le nostre gesta antiche"

"Già" rispose il maggiore al sergente, e quella notte tornarono a casa più sereni, ma anche giustamente indignati con quei vili gesti vandalici»

«Finita?» mi chiedono.

Annuisco.

È chiaro che questa storiella moralizzatrice senza morale non li ha soddisfatti.

«Se è finita dipende da voi» aggiungo «Per voi è finita?»

Silenzio. Un paio di sì.

Altro silenzio. Perplesso.

«Ma gli abitanti di quel castello che fine hanno fatto? Di quelli non hai parlato. Perché? Loro sono tutti morti?»

Già, di quelli non ne ho parlato, nessuno me lo ha chiesto.

Eccetto Michele.






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