Ecologia del Tempo


Racconto di

Nicolò Mazza de' Piccioli


Illustrazione

Marta Cavicchioni


Le storie sono come le stagioni: iniziano, finiscono, alcune volte si accorciano,

ma alla fine ritornano sempre.

Il ciclo delle avventure di Michele e del suo pedante zio termina oggi, con la storia autunnale, scritta su misura per los dias de los muertos...

Dopo aver narrato - sotto le mentite spoglie delle fiabe - di ecologia del clima, del linguaggio e delle relazioni umane, questa è la volta dell’ecologia del tempo.

ll tempo perduto.


Sono felice e onorato di aver percorso questo 2020 al fianco di chi ha letto o leggerà i quattro brevi racconti che compongono questa trama, e sono sicuro che con Lemmelemme salperemo presto insieme per altri viaggi fantastici,

sempre seguendo rotte poco battute o ancora tutte da scoprire

già dal prossimo inverno.

Non posso però salutarvi con questa quarta e ultima tappa, senza prima correggermi:

è vero, le storie sono come le stagioni, iniziano, finiscono, ritornano sempre.

Ma c’è una differenza importante:

le stagioni non hanno bisogno di noi esseri umani per ripetersi,

le storie invece sì. Dipendono da noi!

Dunque, prendiamoci un po’ più cura delle nostre acque, dei terreni e la nostra umanità;

se non vogliamo farlo per noi stessi, facciamolo almeno per preservare quelle meravigliose avventure che ci tengono compagnia, seduti attorno al fuoco acceso delle nostre case,

dalla notte dei tempi.


Buona lettura!




Il sole non è per noi. Lo diceva Leo Malet. Ma le castagne, quelle sì. Sono per me e per Michele. Le castagne sono i frutti dell’Autunno. Come la pioggia che è ritornata, dopo essersi nascosta per i lunghi mesi estivi. O come la scuola, che Michele ha ripreso a frequentare nonostante la spada di Damocle che pende sulla testa sua, dei suoi compagni e delle sue insegnati in questo 2020.

Mio nipote mi risponde che se questi sono i frutti dell’autunno, allora a lui non piace tanto questo periodo dell’anno e ci tiene a spiegarmi perché: ama le caldarroste, ma non va a scuola volentieri, e odia la pioggia. Un frutto autunnale gradito su tre.

Io lo osservo argomentare e una parte autonoma del mio cervello mi fa rendere conto di quanto sia cresciuto dall’ultima volta che ci siamo visti. Questione di settimane, mesi, non di più. Eppure sono bastati a farmi sentire in colpa di non poter essere stato più presente, perché poi mi cresce così, che non ama l’autunno.

Ho poco tempo e provo a rimediare. Decido di giocarmi carte più attrattive per promuovere la stagione e così gli ricordo che mancano ancora un paio di settimane e poi avremmo potuto festeggiare insieme los dia de los muertos, la giornata dei morti.

«Halloween,» mi corregge immediatamente mio fratello, che teme di offendere la sensibilità del figlio, evocando la parola con la m. Ma Michele non si mostra affatto scosso, anzi.

«Come in Coco?»

«Come in Coco, bravissimo».

«Ce lo rivediamo?»

Le rare domenica trascorse in famiglia sono tempo buono per vivere e condividere esperienze di socialità, che è un altro modo per dire: creare ricordi comuni. Quindi mi piacerebbe acconsentire, ma non ho a disposizione due ore.

Devo tornare a casa e rimettermi a lavorare. Abbiamo finito di pranzare molto tardi, come al solito e benché sia ancora pomeriggio, abbiamo già dovuto accendere le luci nella stanza. Fra un mese ci sembrerà normale ricorrere alla luce elettrica, ma per adesso non ci siamo ancora abituati e quando fuori è buio la mia percezione dei minuti che scorrono rapidi accelera.

«Ma è domenica» mi contesta la cognata, invitandomi a restare.

È vero, è domenica, ma ci sono scadenze che non posso rimandare. È la solita vecchia storia del lavoro non conosce orari o giorni sabbatici e casomai me ne dimenticassi per un solo momento, le notifiche del mio telefono si affannano per ricordarmelo.

«Aspetta almeno che spiova» argomenta ancora lei, ma le mie priorità non sono meteoropatiche, purtroppo.

«Un’altra volta potremmo…»

Non parlo con convinzione e Michele coglie la mia esitazione. Mi rimprovera col silenzio, ma non ci sono margini di ripensamento. Come posso spiegare che non dipende da me?

«Potrei raccontarti una storia veloce di quelle…»

Ma giustamente, se non cedo io, perché mai dovrebbe cedere lui, che ha ben più diritto di me di impuntarsi?

Così, mi rassegno all’idea di andarmene, lasciando un piccolo vuoto fuori e dentro di me. Un vuoto che d’abitudine colmo artificiosamente con quel senso di necessità e urgenza che racchiudo sotto il sombrero del lavoro necessario.

«Allora magari domenica prossima…»

E questa volta a interrompermi non sono né le parole, né lo sguardo di biasimo di qualcuno, ma una folata di vento improvvisa che spalanca la finestra. Non è arrivata da sola, è accompagnata dal lamento bitonale di clacson e allarmi delle case che si sono attivati sincronicamente, come fosse in atto un raid organizzato di topi d’appartamento.

Mia cognata è la più rapida a reagire e si precipita a chiudere la finestra. Gira la manopola e si paralizza, incantata a guardare nel buio esterno.

Mi avvicino ai vetri anche io, mentre Michele si acquatta tra le braccia del papà, dall’altra parte del salotto, come se avesse percepito una sensazione di pericolo.

Guardo fuori e fuori è notte. Non sera, come dovrebbe essere, è proprio notte. Quelle notti nere che dai nostri palazzi di città non siamo abituati a conoscere, perché le soffochiamo con ghirlande di lampioni e insegne di negozi sempre accese.

«Che succede?» chiede Michele.

«Un black-out» risponde tempestivo mio fratello osservando in direzione della lampadario spenta al centro del soffitto. «È solo andata via la luce, ma vedrai che adesso torna».

Mia cognata si avvicina al tavolino su cui ha messo in carica il telefono e se lo rigira tra le mani con curiosità scientifica. Attacca e stacca la spina un paio di volte: in entrambi i casi il cellulare emette un suono. L’ipotesi è confermata: l’elettricità, scorre ancora, soltanto non emette luce. Controllo il mio di telefono e confermo che non è spento, ma non proietta. Mio fratello fa lo stesso con il suo.

Nel frattempo il senso di oscurità si diffonde tra le stanze della casa.

Raggiungo a passi brevi e ponderati la cucina. Apro l’anta del frigorifero. Nessuna lampadina che si illumina, ma il motore prosegue a raffreddare gli alimenti. Torno indietro, piano, e sentenzio l’improbabile: «Non è un black-out come gli altri, è un’eclissi di luce».


Se c’è qualcosa che rimane di abbagliante nella stanza, sono gli occhi sgranati di Michele. Come nei fumetti, due buffi ovali bianchi che emergono dal nero della tavola, alla ricerca di un senso.

Torno ad affacciarmi dalla finestra, perché lo spettacolo è ipnotico. È un buio che si riempie di innaturale silenzio. Persino il vento ora tace, la pioggia è sospesa chissà dove e gli uccelli sono muti.

«Sembra di essere nel drive-in di Lansdale» mi lascio scappare.

«Sembra che cosa?» incalza subito Michele, al cui sesto senso di settenne non sfugge occasione di scoprire nuove storie dell’orrore da condividere con i suoi compagni di classe.

«Sembra una di quelle cose di cui tuo papà non vuole che ti parli» mi verrebbe da rispondere, ma mi trattengo.

Poi un rumore lontano attira la nostra curiosità e ci convoglia tutti attorno alla finestra. È il motore di una macchina. La cerchiamo, ma si tratta di una macchina invisibile. O qualcosa di simile, come quando senti gli aerei in cielo, ma non li vedi, coperti dalle nuvole.

Il suono si avvicina lento, e solo quando ci passa sotto riusciamo a riconoscere la sagoma di un’auto nera che avanza a fari spenti.

«È matto» dice uno di noi quattro, forse io stesso. Quindi, scatto rapido verso l’ingresso e rallento all’istante. Correre non si può più.

Con maggior cautela, raggiungo la porta, chiamo l’ascensore, che funziona, e aspetto con l’impellenza di chi trattiene la pipì da troppo tempo.

Quando le porte scorrevoli si aprono, però, mi ritrovo di fronte una gabbia d’acciaio priva di profondità. Preferisco farmi i cinque piani a piedi. Dopo la terza rampa prendo coraggio e slancio e procedo con maggior baldanza giù per i gradini. A due a due.

Anche le mie pupille si sono dilatate come quelle dei personaggi dei fumetti.

Precipito in quella che ricordavo essere la strada e infilo la chiave nella serratura della portiera della mia auto. Poi avvio il motore. Tutto come al solito. Solo che questa volta il cruscotto resta spento. Giro le manopole: i tergicristalli fanno il loro dovere e raschiano il vetro asciutto, mentre i fanali non rispondono e non fendono.

Nel momento in cui vengo raggiunto dalla consapevolezza di non poter tornare a casa mia, il senso d’oppressione per la deadline della consegna del lavoro mi sollecita il battito cardiaco. O forse è stata la discesa per le scale.

Chiuso nell’abitacolo, mi sento circondato dal silenzio ancora più che dal buio. Dovrei sentire il ticchettio del mio vecchio orologio da polso che mi picchetta in testa come fa con capitan Uncino, ma manca persino quel suono. Osservo il quadrante, immobile.

«Non vorrei allarmare nessuno,» dico dopo essere rientrato a casa, «Ma oltre alla luce elettrica, sembra che si sia fermato anche il tempo».

«Per fortuna che non volevi allarmarci» mi ribatte con comprensibile sarcasmo mio fratello.

Ma Michele non fa una piega. Adesso che gli occhi di tutti noi si sono abituati all’oscurità e ogni cosa ci sembra più famigliare, riconosciamo i profili dei mobili, del tavolo, delle sedie.


Mi sto ancora domandando se questo fenomeno - non so in che altro modo definirlo – sia circoscritto al quartiere, o magari alla città, o al mondo intero, quando un “Viva!” esplode nell’aria come un proiettile vagante. È mio nipote. Che esulta.

«Perché viva?»

«Perché se il tempo è fermo non sei più in ritardo e puoi fermarti per la nostra storia».


Mi spiazza. Come sempre. Ma ha ragione lui.

«Non credo però che la tv funzioni.»

Michele sguscia sul divano e afferra il telecomando che ricorda abbandonato tra i cuscini e preme un po’ di tasti a caso. Il televisore reagisce agli impulsi, ma come i cellulari, non emette altro che suoni.

«Non importa, puoi raccontarne tu una, no?»

Vorrei rispondergli che non ci sarebbe bisogno di tirare fuori fiabe o racconti dell’orrore o di nessun altro genere perché in tutta evidenza siamo già immersi in un’avventura incredibile. Noi siamo l’avventura, noi siamo i protagonisti della storia. Non mi capita mai, quando sono di corsa.

Non so quanto durerà – ammesso che quantificare lo scorrere del tempo potrà avere ancora senso dopo questa imprevedibile circostanza, mi avvisa la parte autonoma del cervello o dell’inconscio – ma sarà senza alcun dubbio una di quelle esperienze condivise che finiremo col chiamare ricordi comuni.

Come durante il lock-down appena trascorso, solo che peggio. Adesso mi domando se ne usciremo migliori anche questa volta. Almeno questa volta. Ma le rosse notifiche del telefono sono oscurate e le lancette immobili e vengo attraversato da una sensazione di leggerezza, come l’acqua che sgorga nei tubi appena sturati.

«In effetti, Michi, una storiella da raccontarti ce l’avrei, intanto che aspettiamo».


Mi accomodo sul divano, e mio nipote si siede vicino. Spegne il televisore, che è già spento, ma così almeno tace anche il ronzio.

Anche mio fratello prende posizione e mi domanda curioso: «di cosa parla?»

«Parla di un mondo in cui non esistevano le stagioni…»

«Non c’era l’autunno?»

«Esatto, non c’era l’autunno, quindi non c’erano nemmeno le castagne».

«E non si andava a scuola?» chiede con malcelato distacco.

«No, niente scuola, castagne e niente pioggia».

«Ok, però aspettiamo mamma».

Che ci raggiunge in quel momento, si siede agile a terra, solo incrociando le gambe, ma senza appoggiarsi con le mani perché quelle sono impegnate a sorreggere qualcosa. Non capisco bene di che si tratti fino a che non sento il fruscio secco del fiammifero sul bordo del ruvido del pacchetto. Una fiammella si accende e quasi ci acceca, poi si poggia delicatamente sullo stoppino della candela e rimane lì, a farci compagnia.

Una luce. Può voler forse dire che la strana magia dell’eclisse era svanita. Potremmo verificare. Controllare i telefoni o il televisore. Potremmo affacciarci dalla finestra in cerca di fari e lampioni; o pioggia o vento. In altre occasioni credo avremmo fatto così. Io avrei fatto così, di sicuro. Mi sarei gettato alla rincorsa del tempo perduto, ma questa volta non c’è tempo perso, è tutto sospeso e va bene così. Per questa volta smettiamo un pochino di crescere. Anche Michele.

Attendo il suo cenno e comincio.

«Il sole non è per noi…»





- Trovate i capitoli precedenti della serie di Racconti inediti sull'ecologia QUI (inverno) , QUI (primavera) e QUI (estate) -


















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